
Per tutti gli amanti di questo meraviglioso e misterioso mondo sotterraneoMATERIALI SPELEOLOGICI E LORO CARATTERISTICHE
La normale attrezzatura che si usa in grotta, può essere suddivisa in due categorie: attrezzatura per la progressione su corda (attrezzatura personale); attrezzatura per la progressione in grotta (attrezzatura di gruppo).
ATTREZZATURA PER LA PROGRESSIONE SU CORDA
L'attrezzatura personale è composta da: imbracatura, maniglia, croll, discensore, cordini e moschettoni vari. E' molto soggettiva, in quanto qualcuno può ritenere comodo un dato tipo di imbracatura, un altro invece può preferire altri modelli; qualcuno usa un basic (Dressler) al posto della maniglia perché è più piccolo e meno ingombrante...
Sono tutti materiali buoni ed affidabili, ma è meglio aggiungere che ci sono materiali migliori di altri, sia per quanto riguarda l'affidabilità che per quanto riguarda la resistenza.
L'unica cosa che si può ritenere veramente soggettiva (la scelta tra un modello e l'altro non va ad influire sulla sicurezza) è l'imbracatura: bisogna solo fare attenzione all'altezza della chiusura ventrale. Se è troppo alta, ci troveremo a progredire in corda con gli attrezzi all'altezza della faccia ed in fase di risalita faremo delle pedalate molto corte. Più bassa è la chiusura ventrale, migliore sarà la progressione in corda soprattutto in fase di risalita (fino ad ora la chiusura ventrale più bassa è data dalla imbracatura della Alp Design "Fedra").
I discensori in commercio sono vari a seconda degli usi e delle situazioni.
In speleologia il più diffuso è il discensore semplice della Petzl composto da flange laterali (struttura portante) e da due pulegge fisse, attorno alle quali scorre la corda producendo un attrito che sarà il freno della discesa. Molto in voga tra gli speleologi, è il discensore con lo stop (sempre Petzl): simile a quello semplice, ha in più una leva collegata alla puleggia posteriore dotata di un dentino, che con la leva aperta andrà a strozzare la corda impedendo la discesa. Bisogna però fare molta attenzione a regolare la velocità di discesa come con il discensore semplice: se andiamo ad agire sulla leva per frenare, andremo a scottare la calza della corda con le conseguenze che si possono bene immaginare (corda da buttare); non si devono fare delle frenate brusche con la leva, perché altrimenti c'è addirittura il rischio di tranciare la corda, il che non è molto simpatico. La leva va usata solamente nelle soste, ma si consiglia comunque di fare in ogni caso la chiave di bloccaggio (con corde da 8 mm non si blocca).
Si può comunque escludere la leva, inserendo un moschettone in un apposito foro ed il discensore diviene semplice (in molte situazioni questo è molto più versatile).
Nel discensore semplice le pulegge sono fatte in alluminio, perché hanno il vantaggio di disperdere molto rapidamente il calore prodotto dall'attrito. D'altra parte con le corde molto infangate si consumano molto rapidamente, ma c'è la possibilità di girarle sottosopra prolungandone l'uso.
Nel discensore con lo stop, la puleggia inferiore è fatta in acciaio, il quale non disperde il calore, ma si consuma con meno facilità.
I discensori per alpinismo non vanno bene in grotta, in quanto l'attrito prodotto per rallentare la discesa agisce direttamente sulla struttura portante (discensore a otto, robot ecc.) e bastano poche centinaia di metri di corda infangata per consumarli, rendendoli degli attrezzi mortali.
Il discensore a barre Rack va molto bene nelle lunghe verticali, perché si ha la possibilità di ridurre l'attrito escludendo una o due barre, ma allunga di molto i tempi di discesa in caso di molti frazionamenti (ci vuole più tempo a montare la corda) e, se la corda viene montata al rovescio, si ha "l'effetto caduta libera".
|
DISCENSORI SPELEO |
||
![]() |
![]() |
![]() |
|
SEMPLICE |
STOP |
RACK |
Per la risalita su corda sono necessari due attrezzi meccanici autobloccanti, cioè che scorrono sulla corda in un unico senso.
Il primo è il Croll. Si tratta di un autobloccante ventrale fisso, montato nella maglia rapida che chiude l'imbracatura e tenuto teso verso l'alto dall'imbracatura pettorale. E' composto da una ganascia in alluminio (che è anche la struttura portante), piegata in modo da poter trattenere la corda e presenta due fori per gli attacchi alle imbracature pettorale e cosciale. Il clicchetto è la parte meccanica in acciaio ed ha la funzione di bloccare la corda per mezzo di alcuni dentini quando è sottoposto a carico.
Il secondo autobloccante è la Maniglia. E' simile al croll, ma ha una forma leggermente diversa, ha in più una maniglia per la presa della mano. In alternativa si può fare uso del Basic o Dressler: non presenta però l'impugnatura per la mano e questo lo si può considerare un vantaggio, visto che impugnandolo con le mani alla stessa altezza si ha l'impressione di fare meno fatica ed è meno ingombrante. Anche in questo caso ci sono in commercio molti modelli, (Petzl, Kong, Jumar, ecc..) ma i più affidabili sono quelli della Petzl, perché sono dotati di un pernetto posto sopra il clicchetto in acciaio che gli impedisce di rovesciarsi in caso di una caduta e quindi di tranciare la corda (al massimo si trancia la calza e qualche trefolo interno).
Sono collegati alla maniglia per mezzo di un moschettone una staffa o pedale che serve a sollevarsi durante la risalita, fatta con un cordino da 6 o 7 mm (la fettuccia è sconsigliata in quanto potrebbe andare ad infilarsi nel croll ed allora sono guai) ed una longe del diametro minimo di 9 mm collegata per mezzo di un nodo alla maglia rapida ventrale. La sua lunghezza deve essere tale da consentire di stendere al massimo le braccia durante la risalita in corda ed evitare alcuni problemi durante le operazioni di soccorso uomo a uomo.
Con lo stesso cordino si deve confezionare anche una longe lunga 35-40 cm con attaccato alla sua estremità un moschettone senza ghiera, che ci servirà da sicura nelle operazioni di passaggio dei frazionamenti, passaggio dei nodi, nei corrimani, ecc...
|
ATTREZZI PER LA RISALITA SU CORDA |
||
![]() |
![]() |
![]() |
|
MANIGLIA |
BASIC |
CROLL |
ATTREZZATURA PER LA PROGRESSIONE IN GROTTA
Il materiale per la progressione in grotta comprende i tasselli, le placche, i moschettoni, le corde, le fettucce e i cordini vari.
I tasselli comprendono gli spit roc MF8 e gli spit fix M8: i primi sono autoperforanti in quanto per la loro infissione sono necessari un perforatore a mano e un martello. Gli spit roc MF8 sono costituiti da un cilindro di acciaio con un foro passante del diametro di 6,5 mm. che da una parte ha una filettatura M8 e nell'altra estremità ha otto dentini temprati, i quali servono a produrre il foro necessario alla sua infissione. Pertanto è necessario, per prima cosa, avvitare lo spit al perforatore e, dopo aver assaggiato la roccia con il martello, per sentire se "canta bene", iniziare a battere lo spit piano piano contro la roccia girandolo in senso orario, in modo che i dentini non battano sempre nello stesso punto; inoltre bisogna avere l'accortezza di svuotarlo ogni tanto dai residui di roccia. Quando il foro è profondo 30 mm, cioè la lunghezza dello spit, entra in campo il cono di espansione, che viene messo nel foro dello spit dalla parte dei dentini; il tutto si infila nel foro nella roccia e, battendo molto forte, si dà modo al cuneo di entrare nello spit e di espanderlo, bloccandolo definitivamente.
Gli spit fix M8, invece, sono costituiti da una barra di acciaio del diametro di 8 mm, con una filettatura M8 da una estremità e con un cono di espansione dall'altra. Bloccata nel cono di espansione, si trova una fascetta anch'essa del diametro di 8 mm, che servirà poi a bloccare il fix nel foro. Il foro deve necessariamente essere fatto con il trapano a percussione e deve essere da 8 mm. Quindi, con il trapano e la punta da 8 mm, si produce un foro profondo quanto il fix che si sta usando (ce ne sono di varie misure); poi si infila il fix con il dado avvitato quel tanto che basta a far uscire la testa del fix (per infilarlo bisogna dare piccoli colpi con il martello). A questo punto, si inizia a girare il dado con la chiave da 13 mm ed in questo modo il fix inizierà ad uscire facendo sì che la fascetta rimasta bloccata si espanda e blocchi definitivamente il fix.
Le placchette sono di vario genere e per vari usi. Le più usate sono le placchette ritorte (Vrilée ) e le placchette piegate (Coudée). Le Vrilée sono tra le due le più usate e vanno bene nella maggior parte dei casi in cui, una volta infisso il tassello e messi la placchetta ed il moschettone, la corda ma soprattutto il nodo di ancoraggio non siano a contatto con la roccia. Se per caso il nodo si trovasse a contatto con la roccia, allora sarà il caso di usare una placchetta Coudée, dove poi il moschettone si troverà a lavorare perpendicolare alla roccia ed il nodo non la toccherà più. Si dovrà cercare di far lavorare a taglio queste due placchette (discesa parallela alla parete), perché, se così non fosse, andremo a fare troppa leva con il pericolo di rompere la placchetta stessa o il bullone che la blocca nel tassello. In questo caso è necessario fare uso degli anelli che hanno il vantaggio di poter lavorare ad estrazione (discesa perpendicolare alla parete) e quindi di non produrre nessun tipo di leva; non richiedono neanche l'uso del moschettone, in quanto con un certo nodo possono benissimo farne meno. Le placchette clown hanno le stesse qualità degli anelli e vanno bene nelle stesse situazioni.
|
TIPI DI PLACCHETTE |
||
|
|
|
|
|
Placchetta Vrileè |
Placchetta Coudeè |
Placchetta Clown |
Anche i moschettoni sono di vario tipo: moschettoni paralleli o assimmetrici, con o senza ghiera, in lega o in acciaio, a pera grandi o piccoli ecc.
A noi basti sapere che per gli ancoraggi il moschettone deve avere la ghiera per evitare che si apra accidentalmente, siano essi paralleli o assimmetrici; quelli senza ghiera invece possono essere usati per altri scopi (come deviatori o per portare i sacchi, ecc.).
Infine andiamo a vedere le corde: esistono varie marche (Beal, Edelrid, Joanny, TSA ecc..), vari diametri (8 mm, 9 mm, 10 mm, 10,2 mm, 10,5 mm ecc.) e varia natura (dinamiche o statiche). In speleologia le corde devono essere statiche, di diametro da 9 mm in su e di buona produzione (le migliori sono Edelrid e Beal).
AFFIDABILITA' E RESISTENZA DEI MATERIALI
Tutto il materiale descritto fino ad ora deve avere due qualità indispensabili: affidabilità e resistenza. Per resistenza di un attrezzo si intende la sua capacità di sopportare sollecitazioni dovute alla normale progressione, ad
Per affidabilità si intende la semplicità d'uso di un attrezzo e quindi maggior sicurezza. Quanto più un attrezzo è semplice da usare, tanto più sarà affidabile.
eventuali cadute o al cedimento di un ancoraggio. Ciò che determina la forza shock subita da un attrezzo nel caso di una caduta è il fattore di caduta ed è dato dal rapporto tra l'altezza della caduta e la lunghezza della corda sollecitata. Cadere da un metro su una corda di un metro, produce la stessa forza shock prodotta da una caduta di cento metri su una corda di cento metri. Quindi FC=h/l = 1/1 oppure 100/100=1.
Il fattore di caduta non può assumere nella realtà che valori compresi tra 0 e 2 visto che la corda di vincolo non permette una libertà d'azione maggiore di due volte la sua lunghezza, con punto centrale l'ancoraggio.
A questo punto abbiamo l'esigenza che la nostra attrezzatura abbia un limite inferiore di resistenza (LIR) e, visto che con un peso di 90 Kg (uno speleologo con tutta l'attrezzatura e con un sacco), tenendo conto che il corpo umano assorbe il 20% di energia di una caduta, una forza shock prodotta da una caduta con FC pari a 1, la forza massima è di 1100 KGp e quindi il LIR non deve essere al di sotto di questo valore.
Dobbiamo però tenere conto che la nostra attrezzatura subisce un notevole calo del carico di rottura dovuto innanzitutto all'usura e all'invecchiamento delle fibre e delle leghe e, di conseguenza, se i nostri attrezzi avessero un carico di rottura di 1100 KGp, sarebbero da buttare dopo averli usati una o due volte solamente, perché il LIR non sarebbe più sufficiente alla nostra sicurezza.
Nasce così l'esigenza che la nostra attrezzatura abbia una minima resistenza iniziale (MIR) che ci consenta di usare il materiale per almeno due anni, senza che il carico di rottura vada al di sotto dei 1100 KGp.
Per fare un esempio prendiamo una corda statica di diametro di 8 mm: uno shock prodotto da un FC pari a 1 sarà mortale con questo tipo di corda, perché si romperà subito e quindi non è da usare in speleologia.
Ora è ovvio che non tutti gli attrezzi speleologici hanno lo stesso tempo di decadimento, perché ci sono materiali che decadono dopo due anni (ad esempio le corde usate continuamente o i moschettoni lasciati in grotta) e materiali che decadono dopo cinque o più anni.
Bisogna fare un'altra distinzione dei materiali e dividerli in due categorie:
a) attrezzi che assorbono energia per elasticità e/o plasticità (roccia, tasselli, bulloni, placchette, moschettoni e corde);
b) attrezzi che assorbono energia per attrito e/o rotture parziali (discensore e bloccanti).
Per la prima categoria è logico che, come detto prima, il carico di rottura deve essere superiore ai 1100 KGp, anche quando l'usura possa averlo fatto decadere.
Per quanto riguarda la seconda categoria i discensori non hanno problemi, in quanto il loro carico di rottura è superiore ai 1100 KGp e la loro struttura permette di dissipare energia per attrito e questo abbassa fortemente la forza massima prodotta da una caduta.
Relativamente ai bloccanti, dobbiamo precisare che si comportano in tre modi diversi: possono tranciare di netto la corda, distaccarsi dalla corda che rimane intatta per ribaltamento del clicchetto oppure lacerare la calza e qualche trefolo interno per poi dissipare energia di caduta per attrito ma in questo caso il peso viene trattenuto.
DETERIORAMENTO DEI MATERIALI SPELEOLOGICI
Le corde usate in speleologia sono di natura statica, quindi molto meno elastiche delle corde dinamiche usate in alpinismo.
Mentre in alpinismo la progressione avviene sulla roccia e la corda serve da sicura, in speleologia la progressione avviene direttamente sulla corda e quindi, se questa fosse dinamica, avremmo troppa elasticità che ci renderebbe scomoda la progressione ed un'eventuale lesione risulterebbe anche dieci volte più grande.
Comunque le corde statiche hanno un'elasticità sufficiente a dissipare gli eventuali shock prevedibili nella progressione in grotta (ad esclusione di risalita in artificiale o arrampicata). Le corde sono costituite da fibre sintetiche (nylon 6 o 6.6), le quali a loro volta sono costituite da polimeri, cioè da catene di molecole di carbonio, ossigeno e idrogeno fortemente concatenate tra loro e che si sviluppano soprattutto in senso longitudinale. Ogni fattore, che in qualche modo rompe queste catene di molecole (depolimerizzazione), porta alla diminuzione del carico di rottura e della capacità di assorbire energia per elasticità.
Bisogna fare molta attenzione quindi al decadimento chimico prodotto da sostanze chimiche o da acidi in genere ed anche alla esposizione ai raggi ultravioletti.
Non lavare mai le corde con detersivi o nafta, non riporle nei sacchi assieme alle batterie del trapano e non lasciarle esposte alla luce solare per periodi prolungati.
Una forte diminuzione del carico di rottura è dovuto soprattutto alla penetrazione di corpi estranei all'interno della calza.
Primo fra tutti l'argilla, che per quanto impalpabile possa sembrare, contiene dei microcristalli a spigoli vivi che possono penetrare nella calza e nell'anima della corda. Anche l'acqua calcarea, una volta evaporata, deposita nella corda dei microcristalli di calcite che vanno a sommarsi ai precedenti ed infine piccole particelle di selce vanno a fare la stessa fine. In questo modo, all'interno della corda, si va ad accumulare una massa di elementi taglienti che tendono a recidere i fili elementari che compongono i trefoli, con le conseguenze che facilmente si possono immaginare.
Se poi andiamo ad aggiungere le ripetute azioni dei bloccanti e dei discensori ed i continui allungamenti durante una risalita, il quadro è completo. Sull'azione dei bloccanti, non possiamo fare niente, ma si possono limitare i danni provocati dai microcristalli lavando bene la corda con molta acqua corrente subito dopo l'uso.
Un altro aspetto meno evidente, ma non per questo meno importante, che porta al decadimento di una corda ed alla diminuzione dell'elasticità, è dato dalle trasformazioni plastiche.
Quando carichiamo un peso ad una corda questa avrà un allungamento dovuto alla sua elasticità, ma quando il peso verrà tolto, la corda, seppur impercettibilmente, non tornerà mai come era prima di essere caricata, ma avrà subito delle trasformazioni strutturali irreversibili (rottura di fili elementari).
Ogni sollecitazione, per quanto minima, produce una trasformazione irreversibile che andrà a sommarsi a tutte le analoghe trasformazioni precedenti. E' logico che questo tipo di invecchiamento sarà molto lento ma inevitabile.
Infine, è doveroso ricordare che, quando si parla di carico di rottura di una corda, si deve anche tener presente che essa perde dal 30 al 57% del suo carico di rottura nominale, in base al nodo utilizzato per il suo ancoraggio e che la rottura avviene sempre in corrispondenza del nodo per fusione (ad eccezione di lesioni).
E' quindi del tutto errato valutare la tenuta di una corda, se non si considera di quanto essa viene ridotta a seconda del tipo di nodo usato.
I MOSCHETTONI che si usano in grotta sono in alluminio (lega leggera) e il loro decadimento è un fatto reale e molto preoccupante. In alcuni casi si arriva al dimezzamento del carico di rottura solo dopo cinque anni d'uso e in caso di prolungati periodi di permanenza in grotta (due anni), il carico di rottura si riduce ancora più marcatamente.
Le trazioni di piccola entità, tipiche della normale progressione in grotta (100-300 KGp), determina nei moschettoni in lega una riduzione del carico di rottura molto bassa (circa il 5% in cinque anni ed il 20% in tredici anni considerando anche il normale invecchiamento delle leghe).
Poche trazioni di grande intensità possono portare ad una rapida e drastica riduzione del carico di rottura (61%).
E' buona abitudine dunque curare di più la manutenzione degli armi fissi, lavando ed asciugando i moschettoni e lubrificandoli con qualche goccia d'olio nelle parti mobili e, in caso di lunga permanenza in grotta, sostituirli con delle maglie rapide dal diametro minimo di 7 mm.
Per i moschettoni in acciaio non ci sono grossi problemi, in quanto non risentono molto delle lunghe permanenze in grotta, a meno che la grotta non sia molto umida ed aerata. In questo caso è bene controllarli almeno ad ogni cambio di corda (ogni due anni).
I NODI sono di una semplicità e affidabilità insuperabili, hanno il vantaggio di funzionare un po' da dissipatori, garantiscono una elevata fissità, sono di facilissima esecuzione, non ingombrano e soprattutto non costano nulla.
Però hanno lo svantaggio di ridurre di circa un terzo il carico di rottura di una corda: comunque questo è il prezzo, neanche troppo caro, che bisogna pagare ... e per il momento non si vede niente all'orizzonte che li possa sostituire.
I nodi di ancoraggio generano in un punto qualsiasi della corda una gassa, la quale va fissata ad un qualsiasi attacco (naturale o artificiale).
Alcuni nodi di ancoraggio hanno una struttura anomala: soccorso e bolino doppio generano due gasse, mentre barcaiolo e bocca di lupo hanno le forze di attrito che si distribuiscono anche sull'ancoraggio.
I nodi di giunzione servono a congiungere due spezzoni di corda di diametro uguale o diverso e salvo alcuni casi non generano gasse.
Andiamo ora a vedere quali sono i nodi più usati in speleologia e quali sono le loro caratteristiche ed i loro difetti.
Il NODO A NOVE è, tra i nodi di ancoraggio, quello che fa perdere alla corda meno carico di rottura, ma è troppo voluminoso ed è difficile da sciogliere.
Per un buon ancoraggio il NODO GUIDA CON FRIZIONE non ha rivali: non è ingombrante e se confezionato nel modo giusto è facile da sciogliere.
Il NODO BOLINA è un nodo molto buono ed affidabile, attenti però a non caricarlo nella gassa, pena il capovolgimento del nodo e conseguente scioglimento. Necessita dunque di un nodo bloccante fatto con il doppino (parte di corda morta che esce dal nodo).
Il NODO DEL SOCCORSO è ottimo negli attacchi doppi, ha le gasse regolabili ed è semplice da fare e da sciogliere.
Meno usato, ma comunque molto buono e adatto per gli ancoraggi doppi, è il NODO BOLINA DOPPIO.
Nei corrimano e nelle tirolesi un buon NODO è il FARFALLA perché ha la corda che esce lateralmente al nodo stesso.
E' adatto allo stesso scopo anche il NODO BARCAIOLO, che una volta trazionato è ben difficile da sciogliere e, in alcuni casi è l'unico nodo da usare, per il fatto che richiede l'uso di pochissima corda. Idem per il NODO SERRAGLIO.
Il NODO BOCCA DI LUPO ha un comportamento che varia a seconda del tipo e del diametro della corda. Ha dalla sua che sotto trazione può comportarsi come dissipatore e non è cosa da poco. E' ottimo se accompagnato al nodo guide con frizione, nell'uso degli anelli perché evita di usare il moschettone.
Il NODO MEZZO BARCAIOLO è un nodo da sicura, ma in caso di necessità in un attimo lo si può trasformare nel nodo barcaiolo.
Per quanto riguarda i nodi di giunzione, il migliore risulta essere il NODO GUIDA CON FRIZIONE INSEGUITO, perché una volta confezionato ha già la gassa per inserire la longe di sicura durante l'operazione da fare per il suo superamento.
Molto buono risulta essere anche il NODO DOPPIO INGLESE, ma una volta trazionato, non lo si snoda più.
Per chi lo conoscesse, il NODO BANDIERA è un nodo da evitare assolutamente, perché si scioglie anche con carichi ridotti.
I TASSELLI spit roc MF8 non richiedono una laurea per essere infissi, ma necessitano di alcuni accorgimenti che possono renderli sicuri al milIe per mille. Innanzitutto la roccia deve essere dura e compatta (il gesso non è adatto agli spit roc) e se il foro è stato fatto a mano con il perforatore, a meno che nel bordo non ci sia una grossa svasatura, siamo a posto.
Bisogna prestare molta attenzione nel momento in cui si prende il cuneo di espansione: in commercio ci sono vari tipi di tasselli simili allo spit roc e, se nella nostra borsa d'armo ne abbiamo due tipi, potremmo confonderci ed usare un cuneo di espansione troppo piccolo con conseguenze molto gravi (minima espansione del tassello). Se abbiamo un trapano in dotazione, lo possiamo usare per fare il foro (con la punta da 12 mm), ma dobbiamo finirlo con il perforatore a mano, altrimenti il fondo del foro avrà la forma della punta che abbiamo usato ed il cuneo di espansione non entrerà del tutto nel tassello ed anche in questo caso l'espansione risulterà minima.
Se per caso il tassello entra nel foro di un millimetro o due, non ci sono problemi, ma, al contrario, se rimane fuori per due o più millimetri, il carico di rottura si ridurrà di molto, solo però nel caso che venga usato a taglio, perché ci sarà una leva maggiore.
A questo punto dobbiamo applicare al tassello la placchetta o l'anello e per questo si deve usare un bullone. Quello adatto al nostro scopo dev'essere un bullone ad alta resistenza marchiato 8.8. Migliori ancora sarebbero quelli marchiati 12.9, ma sono difficili da trovare in commercio e per quello che servono a noi sarebbero anche troppo resistenti, tanto più che nella catena di sicurezza (roccia, tassello, moschettone e corda), ci sono elementi con il carico di rottura molto più basso dei bulloni 8.8.
GROTTA NOE'
La Noè è forse la grotta più classica del Carso triestino.Il suo largo ed ampio pozzo iniziale è stato lo spauracchio di parecchi speleologi non necessariamente alle loro prime avventure ipogee.Esso è stato però anche il luogo in cui i più abili e capaci si davano appuntamento domenicale per vicendevoli sfide sul minor tempo impiegato per risalire la sessantina di metri di questa imponente,aerea voragine.Il pozzo iniziale è infatti l'opposto del classico stereotipo speleologico di buio e stretto: tutto è vuoto,ampiezza,spazialità.L'impressione che si ricava discendendo in questa cavità non trova paragoni con altre verticali anche di maggior profondità.Per questo parlando della Noè il discorso si focalizza generalmente sull'imponente pozzo d'ingresso anche se alla sua base 500 metri di concrezionate gallerie offrono una visita interessante e piacevole.
"tratto da CLICK IN di Roberto Ive"
Discesa nel pozzo di 60 metri

Rilievo

Un tratto di una delle gallerie sottostanti

Numero di Catasto: 23/90 VG
Nome: Grotta NOE'
1 Ingresso - Pozzo di Accesso m 59.60
CTR 5000: 110054 -SANTA CROCE (A5)
Long.13°42'05,0 Lat.45°44'50,7
Coord. Metriche: Long. 2419015 Lat. 5066775
Quota Ingresso m 195.00 (Q.Fondo m 72.00)
IGM 25000: 40AIIISE -AURISINA (A8)
Long.01°14'58,0 Lat.4544'45,0
Quota Ingresso m 197.00 (Q.Fondo m 74.00)
Profondità: 123.00
Altezza : 0.00 Dislivello: 123.00
Sviluppo : 566.00 Svil.Spaziale: 0.00(Non Indicato)
Pz.Interni: 6.50/29.00/4.80/5.50
Primo Rilievo
Gruppo: CLUB TOURISTI TRIESTINI (CTT)
Data : 12-06-1897*
Rilev.: Andrea Perko(CTT)*
Aggiornamento/Revisione Rilievo
Gruppo: COMMISSIONE GROTTE "E.BOEGAN" (SAG)
Data : 12-12-1992 (Ultimo Agg.)*
Rilev.: Eugenio Boegan(SAG/13-04-1902)/Mario Galli(SAG/1968)
" " : Pino Guidi(SAG/1968)
" " : Umberto Mikolic(SAG)*
Tipologia:
-GROTTA FOSSILE
-GROTTA AD ANDAMENTO ORIZZONTALE E VERTICALE
Note Varie:
-RILIEVO COMPLETO
-ESPLORAZIONE COMPLETA
DESCRIZIONE:
il nome della grotta è quello del primo visitatore, il filologo Enrico Noè che vi discese nel 1878.
Per la grandiosità della voragine d'accesso e la spettacolare bellezza di alcuni tratti delle gallerie sottostanti, la cavità è molto nota e alcune sue rappresentazioni fotografiche sono apparse in varie riviste e pubblicazioni. La grotta di conseguenza è frequentatissima e accade spesso che nella sua discesa si impegnano anche speleologi con una scarsa preparazione e addirittura persone prive di qualsiasi esperienza. Infatti sono accaduti vari incidenti, alcuni dei quali mortali e con le sue sei vittime la cavità ha purtroppo un tragico primato che tuttavia non scoraggia le visite più avventate.
Data la frequenza delle visite nella grotta non ci sono più alcune formazioni calcitiche, distrutte o asportate, e sono scomparse alcune esili stalagmiti, alte alcuni metri, che sono invece visibili nelle fotografie delle prime esplorazioni dell'inizio del secolo.
Trascurando un piccolo pozzo individuato nella galleria maggiore, non sono state scoperte altre prosecuzioni. La cavità rappresenta indubbiamente il relitto di un grande sistema sotterraneo scavato da un corso d'acqua di notevoli proporzioni.
AGGIORNAMENTO:
nel 1991, a 14m dall'orlo dell'ingresso, è stato individuato un piccolo foro che, allargato con un lavoro di scavo, ha permesso di accedere ad un nuovo ramo che viene quasi ad essere una cavità a sè stante. Questo foro si apre sul lato Sud del pozzo, cioè dalla parte opposta a quella dove normalmente viene effettuata la discesa, in una zona ancora ricca di vegetazione.
Il ramo inizialmente è costituito da un cunicolo di una quindicina di metri che nella parte centrale risulta essere molto basso e fangoso. Successivamente la cavità si sviluppa su due livelli: quello superiore costituito da due cavernette sovrastate da qualche alto camino, quello inferiore formato da un corridoio che torna indietro verso il pozzo d'accesso ma che, probabilmente per poco, non sbocca sullo stesso.
E' stato anche individuato, nella parete SE del pozzo d'accesso, un altro piccolo ramo che, con due finestrelle ed un breve cunicolo, immette in una stanzetta interna con depositi di guano.
COME ARRIVARCI:
Da Aurisina Sanatorio prendere la strada per San Pelagio.Arrivando al passaggio a livello girare a destra seguendo l'indicazione per "pista da sci in neve plastica".Dopo circa 150 metri girare a sinistra seguendo le indicazioni dei segnavie bianco/rossi del CAI.Arrivare in uno spiazzo (a lato proprietà privata con cancello e reti metalliche).Proseguire seguendo sempre i segnavia (sentiero n°19).Sottopassare la ferrovia ed in leggera salita sino a che il viottolo non si biforca.Di fronte una pineta con pini neri.Entrare in essa seguendo le indicazioni in rosso sugli alberi che indicano il cammino.Dopo circa 200 metri si sottopassa una linea elettrica ed immediatamente si raggiunge l'ampio ingresso della cavità.
Il termine SPELEOLOGIA è stato coniato alla fine del sec. scorso dal francese Eduard Alfred Martel, deriva dal greco speleaion = grotta o caverna e logos = scienza, quindi la speleologia è la scienza che studia le grotte.
L’uomo primitivo usava la grotta quale luogo di rifugio, poi nella cultura antica questa fu considerata come la parte negativa dell’aldilà in terra. Ma la curiosità più le motivazioni naturalistiche e scientifiche portarono l’uomo ad avventurarcisi. Già nel 1213 qualcuno ebbe il coraggio di inoltrarsi all’interno della Grotta di Postumia, come dimostrano firme e scritte datate in quel periodo appunto. Anche Leonardo da Vinci era attratto dall’oscurità delle spelonche.
Grazie ad alcuni studiosi italiani e grazie forse al fenomeno carsico non scarso nelle nostre zone, il XVI secolo segna la nascita vera e propria della speleologia. Piero Coppo agli inizi del 1500 s'interessò del misterioso corso sotterraneo del fiume Timavo nel Carso Triestino. In contemporanea, iniziò, l’esplorazione di una grotta in Belgio (Han-Sur-Lesse). Sempre nel 1500 troviamo il frate bolognese Alessandro Alberti che esplorò varie grotte d’Italia, facendo anche uno studio sul Timavo. Tra i suoi allievi e seguaci troviamo Gian Giorgio Trissino il quale intraprese l’esplorazione dei Covoli di Costozza, scoprendo una prima specie faunistica ipogea (crostacei Niphargus 1537). Bisogna pensare che in questo periodo si fecero anche i primi studi sul fenomeno delle concrezioni, arrivando a pensare anche ad una crescita di tipo vegetale o solidificazione di vapori. Il Principe Federico IV mandò ad estrarre grandi quantitativi di concrezioni per ricavarne oro, lasciamo a voi dedurre quale delusione abbia provato.
Giovanni Valvassor, nel 1689 in una sorgente vicino Lubiana, scopre il primo esemplare di Proteus Anguinos, descrivendolo come un piccolo di drago (unico vertebrato cavernicolo esistente in Europa).
Grazie al gesuita olandese Atanasio Kirker riusciamo a sapere cosa veniva usato nelle prime esplorazioni attraverso un manuale. Le scale erano formate da tre funi parallele di cuoio trattenute da pioli di legno distanti tra loro 25 cm. e mantenute in trazione sia superiormente che sul fondo sulle quali vi salivano più persone contemporaneamente
Lo spirito illuministico del ‘700 porta a considerare le grotte con mentalità scientifica e prepara le fondamenta per l’esplosione della ricerca che avverrà poco più avanti. Solo nel 1726 (dopo 90 anni circa) viene svelato il vero meccanismo di accrescimento delle concrezioni.
Con il XVII secolo la speleologia compie un grande sbalzo con la formazione delle prime "scuole": italiana, slava, austriaca e francese. Tra i vari personaggi c’è da ricordare Martel, Krauss, Muller e gli italiani Boegan, Bertarelli, Perco ecc. A Trieste avvengono le prime esplorazioni ad elevate profondità m. -329 Grotta di Trebiciano (1840) e resterà la maggior profondità raggiunta al mondo sino al 1909.
Nel 1888 Eduard Alfred Martel abbandona la professione di avvocato per dedicarsi interamente alla speleologia, così esplorando un migliaio di cavità in diversi paesi europei e contribuendo con propri scritti che fanno ancora testo viene considerato il vero padre della speleologia.
In Italia nel 1883 nasce a Trieste, sotto l’infaticabile guida di Eugenio Boegan, il Martel italiano, la Commissione Grotte della Società Alpina delle Giulie, il primo gruppo costituitosi nel mondo.
Nei primi anni del ‘900 nasce anche la Società Speleologica Italiana (S.S.I.) affiancata da alcune riviste.
Nel 1906 viene pubblicato a Milano il primo manuale di esplorazione sotterranea. Esso contiene una dettagliata descrizione delle attrezzature e delle tecniche esplorative dell’epoca: corde di canapa con diametro di 14 mm., scale di corda, torce di resine, fuochi di bengala per l’illuminazione di grandi ambienti, mongolfiere per misurare le altezze. Agli esploratori viene sconsigliato l’uso di camice con colletto inamidato.
Dopo la I Guerra Mondiale con l’annessione dell’Istria all’Italia vi è una vera e propria esplosione nel mondo speleologico con la nascita di più gruppi in Italia e con l’esplorazione di svariate cavità fino a profondità mai raggiunte prima. Tutto questo proietta il nostro paese al primo posto in tutto il mondo (nascita del Catasto grazie a Boegan e Bertarelli).
L’avvento della II Guerra Mondiale, con la perdita di importanti nomi di accaniti esploratori e perdendo poi l’Istria, sarà causa di retrocessione della speleologia italiana che farà molta fatica a riprendersi dopo tale catastrofe.
Nel 1948 ad Asiago verrà organizzato il II Congresso Nazionale di Speleologia che, pur con pochi partecipanti, costituirà la premessa della rinascita.
Nel 1950 verrà "rifondata" a base democratica la S.S.I. e poi ci sarà la pubblicazione della rivista "Rassegna Speleologica Italiana" che sostituirà degnamente per 25 anni "Le Grotte d’Italia".
Nel 1965 a causa di alcuni luttuosi eventi si costituisce il benemerito Soccorso Speleologico (C.N.S.A.S.).
Anche il Club Alpino Italiano costituirà una propria Scuola Nazionale di Speleologia (S.N.S.).
La tecnica esplorativa progressivamente si evolve: alle pesanti ed ingombranti scale di corda del periodo prebellico si sostituiscono dapprima quelle con cavi in acciaio e pioli in legno, poi quelle con cavi in acciaio più sottili e stretti pioli in leghe leggere, fino ad essere soppiantate negli ultimi anni dalle tecniche di progressione su sola corda.
Ciao a tutti !
Ho voluto creare uno spazio per tutti gli appassionati di questo mondo così fantastico e misterioso,anche perchè ho notato la mancanza in rete di siti che trattano l'argomento,specialmente per quanto riguarda Trieste e la sua provincia,così ricca di bellissime cavità,ma purtroppo poco conosciute o ignorate.
Una guida completa alla speleologia,trattando tutto ciò che la riguarda: dalla storia della speleologia alle moderne tecniche di progressione,dalla biospeleologia al fenomeno del carsismo, dalla meteorologia ipogea alla speleobotanica,dalla speleogenesi fino all'attività speleosubacquea.
""Il fascino del Carso,questo ambiente naturale in cui aleggia il mistero,che viene reso palese ogni qualvolta ci si affaccia al nero ingresso delle sue grotte,ha attratto da oltre un secolo e mezzo generazioni di giovani ad avventurarsi nel suo seno.Alla ricerca o alla scoperta di quale arcano pensiero ? Forse sono scesi nel profondo del Carso per cimentarsi con se stessi o forse le sue bellezze nascoste costituiscono già un motivo sufficiente per avventurarsi al suo interno? Credo però che il motivo sia anche un altro,forse inconsapevole.Non vi è speleologo triestino che non abbia sperato di raggiungere un giorno le acque del misterioso Timavo,al fondo di qualche dimenticato cunicolo.
Sembra che a Trieste vi sia un'innata predisposizione alla speleologia.Ne è testimonianza l'elevato numero di giovani che si dedicano a questa attività anche per tempi relativamente brevi.L'andare in grotta costituisce quasi una necessità,si trasforma un pò alla volta in un rito e questo rito ha le sue regole.Vi sono delle grotte che definirei "classiche" per cui si deve passare,devono essere visitate se si vuole continuare in questa attività.Certuni si fermano alle prime difficoltà,altri vanno avanti,vogliono cimentarsi con quelle sempre più complesse e allora si è colti dalla febbre esplorativa ed è ben difficile arrestarsi.
E' molto improbabile che un esploratore di grotte sappia correttamente rispondere perchè "va in grotta".Un sorriso aleggia sul suo volto ed è già una risposta.Nei suoi occhi ritornano immagini di solenni ambienti sotterranei,di stalattiti,stalagmiti,di profondi pozzi e.........di calda umanità tra compagni di esplorazione.""
Fabio Forti (presidente della commissione grotte E.Boegan fino all'anno 1991)
tratto dal libro di Roberto Ive "CLICK IN" stampato nel 1985
Questo sono io:


